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Cittadinanza sostanziale: Hobbes e la nascita

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Pur mancando, nell’opera hobbesiana, una definizione stringente del cittadino, essa può essere ricavata dal ragionamento  complessivo che Hobbes svolge nel De Cive e nel Leviatano. Cittadino, per Hobbes, è colui che è sicuro che alcuni suoi diritti vengano  rispettati grazie all’azione dello Stato. L’analisi della nozione hobbesiana di cittadinanza permette di far emergere due punti di fondamentale importanza del pensiero di Hobbes: da un lato emerge la dialettica tra Stato e cittadino, in virtù della quale si può essere  cittadini solo in presenza di Stato. Ciò è di fondamentale importanza perché significa che non si dà mai, in Hobbes, cittadinanza iure  naturale. Da ciò segue il secondo punto, ovvero come la cittadinanza in Hobbes sia sempre un qualcosa di sostanziale. Per essere  cittadini, bisogna essere certi che i propri diritti vengano rispettati, se ciò viene meno, ovvero se viene meno lo Stato, non si è più cittadini,  e si torna nel bellum omnium contra omnes. Per questo motivo la preoccupazione maggiore di Hobbes è la dissoluzione dell’unità  dello Stato, preoccupazione che rivela come quest’ultimo, sebbene dotato di potestà assoluta, rimanga “mortale”. E’ in questo senso che si  spiega l’equivalenza hobbesiana tra cittadino e suddito. L’unico modo per vedere i propri diritti rispettati, e per essere dunque cittadini, è  sottomettersi al Leviatano, che deve costantemente adoperarsi affinchè il Popolo non si riduca a moltitudine, trasformando il cittadino in  un singolo immerso nel bellum omnium contra omnes.  

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