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Responsabilità comunicativa e oneri linguistici

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In How to do Things with Words, Austin propone una distinzione preliminare tra  linguaggio descrittivo, attraverso il quale rappresentiamo stati di cose e descriviamo la realtà, e  linguaggio performativo, con il quale trasformiamo la realtà. Tale distinzione, cui corrisponde  la classificazione degli enunciati in constativi e performativi1, è, all’interno del progetto di  Austin, un’ipotesi strumentale destinata ad essere superata per affermare l’onnipresenza degli  aspetti performativi del linguaggio: ogni dire è anche sempre un fare.  

Per i nostri scopi, assumeremo a livello teorico la distinzione tra le due funzioni del linguaggio  al fine di evidenziare l’esistenza di una relazione bidirezionale tra linguaggio e mondo.  Il linguaggio è contemporaneamente uno strumento di descrizione e rappresentazione della realtà e  (uno strumento) di trasformazione e creazione di essa. Per realtà si intende, lato sensu, l’insieme  delle strutture culturali, politiche e sociali che regolano i rapporti tra gli individui e  configurano particolari relazioni di potere all’interno di un determinato contesto.  Questo significa che il linguaggio, quale strumento di riproduzione e costituzione della realtà,  diviene non solo depositario delle diseguaglianze sociali e delle asimmetrie di potere che  fattualmente costituiscono la nostra realtà ma anche strumento attraverso il quale perpetuare  oppressione e ingiustizia.  

La filosofia del linguaggio femminista si è infatti sviluppata a partire dalla radicale critica alla  presunta neutralità del linguaggio che, al contrario, “[codificherebbe] in realtà una visione  maschile del mondo” (Bianchi 2007, p.1). Il dibattito in questo ambito si è pertanto rivolto  allo studio di particolari fenomeni discorsivi che rendono saliente l’asimmetria di potere tra  parlanti, compromettendo ulteriormente lo status di quelli appartenenti a categorie sociali  meno privilegiate (donne, neri, omosessuali, etc.).  

Lo scopo del presente lavoro sarà fornire un modello teorico descrittivamente efficace e  normativamente accettabile per rendere conto del fenomeno di ingiustizia discorsiva.  

Questo comporterà l’esigenza di tenere distinto il piano fattuale da quello normativo, date le  conseguenze controfattuali alle quali si espongono teorie che non fanno propria questa  specificazione.  

L’analisi procede secondo questo schema: nel §1 presento lo sfondo teorico cui l’intera analisi  fa riferimento: nello specifico il §1.1. è dedicato ad abbozzare i tratti della teoria degli atti  linguistici di Austin funzionali agli scopi della trattazione, nel §1.2 viene discusso il panorama  teorico entro il quale si colloca il fenomeno oggetto di studio, saranno quindi presentati i  fenomeni di distorsione illocutoria e di silencing. Il §2 è interamente dedicato all’analisi della  nozione di ingiustizia discorsiva così come viene presentata da Kukla. Dopo aver assunto e  indagato il suo modello teorico, verranno presentate in §3 alcune critiche e difficoltà cui tale  proposta si espone. Nel paragrafo conclusivo (§4), tenendo conto dei deficit teorici della  teoria di Kukla, provo a offrire un modello alternativo che riesca a rendere conto in maniera  filosoficamente più cogente del fenomeno oggetto d’indagine.  

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